003 Vichi De Marchi • A casa da soli

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Vichi De Marchi racconta A casa da soli

A casa da soli

Scuole chiuse, poche passeggiate, ancora meno amici con cui giocare. E i genitori al lavoro. Capita di essere soli, o con un amico o un’amica. Chissà quante volte avete desiderato avere la casa tutta per voi! Anche a Gigi e Genoveffa, due simpatici gemelli, è capitato di vivere da soli, con una nonna che si occupa di loro ma che vive a parecchi km di distanza. I due non si perdono d’animo. Anzi. Organizzano pigiama party, si occupano di un ricovero di gatto randagi, dipingono le pareti di casa con i colori dell’arcobaleno e fanno molte altre cose, alcune pazze, altre molto sensate. Proprio come la mitica Pippi Calzelunghe, la più ribelle bambina che conosciamo, inventata 75 anni fa da una scrittrice bravissima di nome Astrid Lindgren (da leggere se non lo avete ancora fatto).  

E voi come sognate di passare il vostro tempo a casa da soli? Se vi va, leggete un brano delle avventure di Gigi e Genoveffa e poi raccontate le vostre avventure. Sarà divertente starsene nella propria cameretta ma viaggiare lontano con la fantasia. E al ritorno a scuola potrete sempre rivelare alla vostra insegnate che nel tempo in cui la scuola è rimasta chiusa voi siete diventati scrittori o scrittrice. Non è mai troppe presto per cominciare. 

 

“Genoveffa si sveglia felice. Apre gli occhi e fissa la parete della stanza con i colori dell’arcobaleno. L’ha dipinta lei. Prima di farlo, si è però consigliata con la nonna.

“Nonnina che dici se nella mia stanza dipingo un grande arcobaleno?”. L’aveva chiamata al telefono nell’ora in cui era sicura di trovarla a casa. Guai a disturbarla nei pomeriggi in cui si incontra con le amiche al circolo delle Maghe Magò dove giocano a carte, parlano di tutto e ridono un sacco mangiando una montagna di tramezzini con la maionese.

 “Ma che idea stupenda! Oltretutto la stagione è adattissima, andiamo verso l’inverno. Un po’ di colore non può che far bene allo spirito”.

Poi però avevano quasi litigato.

“Ha detto la maestra che tra i colori dell’arcobaleno c’è anche l’indaco”

“Che sciocchezza! Tu mettici il blu e non ti sbagli. 

Ma Genoveffa aveva insistito.

“I colori sono sette!”

“No sei!”. Dall’altra parte del telefono Genoveffa aveva sentito distintamente tre colpi di bastone ben assestati sul pavimento. Segno che la nonna cominciava ad innervosirsi, meglio battere in ritirata. 

Al negozio dei colori aveva però comperato anche l’indaco.  

Ora, contempla soddisfatta la sua opera d’arte distesa sotto le coperte. Il letto lo ha dovuto spostare accanto alla finestra, per coprire una macchia di colore caduta sul parquet del pavimento. Era stato Gigi a consigliarla:

“Quella macchia non andrà più via, meglio nasconderla. Occhio non vede, cuore non duole”, le aveva detto molto seriamente, ripetendo la frase che sente dire spesso dalla mamma di Toni.   

E’ domenica e a letto Genoveffa ci può stare quanto vuole ma è curiosa di sapere cosa fa Gigi in giardino. Sente che sta parlando ma nessuno gli risponde.

“Con chi ce l’hai?”  urla sperando che la sua voce trapassi le mura e arrivi fin giù. Poi corre alla finestra. Gigi sta dando da mangiare al suo piccione preferito raccontandogli un sacco di cose. Si chiama Icaro.  Ma non è lui che ha fatto volare in cielo ieri, con un messaggio per mamma e papà. L’impresa è stata tentata da Ciabatta, il piccione più grande e grosso del quartiere. 

I piccioni sono amici di Gigi per via del cibo che lascia in giardino: pane vecchio, pastasciutta stracotta, una volta anche un pezzo di frittata e un etto di formaggio con la muffa. 

Gigi aveva tentato due volte di spedire Icaro con un messaggio attaccato alla zampa indirizzato ai genitori. Aveva scritto una frase brevissima per via del foglio piccolo. “Pezzo di Africa distrutta, mappamondo salvo, è ancora in giardino”, poi lo aveva firmato con la sigla “G&G”. per via del poco spazio. Ma il piccione non era andato lontano e puntualmente si era presentato a mangiare all’ora di pranzo con il messaggio legato alla zampa. Gigi ci aveva provato una seconda volta ma quel testardo di Icaro non si era mosso dall’albero di fichi del giardino. 

 “Secondo me è troppo pigro”, aveva detto Gigi alla sorella. 

Ma lei non era d’accordo. 

“Quello non è un piccione viaggiatore, non lo sa fare. Zero senso dell’orientamento”. 

Si erano quasi azzuffati perché Gigi non sopporta che qualcuno critichi i suoi colombi. 

“Non capisco perché hai questo tono quando parli dei miei piccioni”. 

Ma lei lo aveva ignorato.

“Usa Ciabatta, è talmente grasso che può volare per giorni senza mangiare. Lui sì che saprebbe trovare la strada per arrivare in cielo da mamma e papà”.

Alla fine Gigi aveva accettato il consiglio.  Aveva preso Ciabatta con delicatezza, gli aveva regalo un interno biscotto e poi aveva legato alla zampa il messaggio, per i genitori. 

“9 in italiano!”, c’era scritto. Ma questa volta c’era solo la sua firma. Il voto lo aveva preso lui mica Genoveffa che non studia mai. 

Gigi quella domenica è preoccupato. Sono passate ventiquattro ore e Ciabatta non è tornato. 

“Forse ci vuole tanto tempo per arrivare in cielo da mamma e papà”, lo consola Genoveffa.

“E se si è perso?”

“Allora non era un piccione viaggiatore!”

“Povero Ciabatta”. Gigi si sente in colpa. “Forse non ha mai fatto il postino in vita sua, spedirlo in una missione così pericolosa e lontana senza sapere con certezza dove sono mamma e papà. Magari non li ha trovati e si vergogna a tornare a casa”.

“O forse non torna perché se lo è mangiato un falco”. 

Gigi la vorrebbe strozzare, incenerire, farla sprofondare sottoterra, lì in giardino, in quell’esatto istante. Come può dire una cosa del genere del povero Ciabatta? 

“Sei odiosa!”. Quasi urla ma Genoveffa già non c’è più. E’ partita a razzo con i volantini da distribuire in quartiere. 

“Stanca dei capelli dritti come spaghi o ribelli come una maionese impazzita? Ti piacerebbe assomigliare a un cubo, a un rombo, a un quadrato, essere unica e invidiata da tutti? Prova i tagli geometrici di Genoveffa. Professionalità assicurata, prezzi modici. Contattarla al più presto. Posti limitati”, c’è scritto. 

La passione per i tagli geometrici le è nata vedendo un cartone giapponese. Prima aveva provato su di sè ma i suoi capelli sono troppo corti e refrattari a ogni forma, ragion per cui era stata costretta a sforbiciali con le punte all’insù. Per tenerli dritti li aveva impomatati con un gel resistente come una colla. 

Poi aveva provato con la figlia dei vicini, di cinque anni. 

“L’età giusta per cominciare a curare il proprio aspetto”, le aveva detto con tono sapiente. Con un colpo secco le aveva eliminato la lunga treccia morbida per poi procedere a un taglio quadrato. Più Genoveffa sforbiciava, più era costretta ad accorciare perché c’era sempre qualcosa che non andava. 

“La geometria vuole le sue regole” ripeteva alla poveretta che non avendo uno specchio di fronte a sé non si rendeva conto di nulla. Alla fine l’aveva quasi rapata a zero prima di rispedirla a casa con tanti complimenti per il suo nuovo look. 

“Sei bellissima”, le aveva detto, chiedendole cinque euro per il lavoro. 

“Non ho soldi. Me li faccio dare dalla mamma”. La piccola era confusa. Aveva solo chiesto: “Sono nuda in testa?” 

“Nooo, stai benissimo, ti ho solo accorciato i capelli seguendo le regole della geometria … e per i soldi, non c’è fretta, l’importante che me li porti”. 

Volentieri Genoveffa le avrebbe fatto uno sconto, ma i soldi servono al ricovero dei gatti dove Gigi fa il volontario il giovedì pomeriggio. Stava proprio pensando alle tariffe da applicare e se era il caso di fare prezzi agevolati per chi non aveva una paghetta, quando aveva sentito suonare alla porta.

Era corsa all’entrata.

“Nuovi clienti in arrivo”, aveva pensato impugnando un paio di forbici. Si era, invece, trovata di fronte la mamma della bambina scotennata. Era visibilmente alterata. Una mano stringeva il braccio della figlia, l’altra schiaffeggiava l’aria. 

“Guai a te se le tocchi ancora i capelli!” urlava” L’hai rovinata, disgraziata! Non ti permettere più di giocare con lei. Maleducata, indisciplinata e pure brutta con quegli occhiali orrendi”, queste ultime parole le aveva dette con rabbia, sbattendo la porta con tale violenza mentre se ne andava che la bambina senza più treccia si era messa a piangere disperata. 

Genoveffa era rimasta stupita da quella reazione scomposta ma non si era scoraggiata. 

“Non tutti hanno buon gusto, di certo non quella mamma”, si era detta. Lei, comunque, era decisa. Nulla e nessuno l’avrebbero fermata nella sua missione di mettere assieme bellezza e geometria, taglio dei capelli e forme squadrate. 

Gigi guarda la sorella che si allontana con il pacco di volantini.  Pensa al piccione Ciabatta e il suo cuore piange. 

“Dove sarà il mio povero Ciabatta!”.

Entra in casa e passa l’interna mattinata alla finestra a controllare il cielo, i rami degli alberi, i giardini dei vicini, caso mai Ciabatta si fosse fermato lì a fare uno spuntino. Poi si fa tardi. Ci sono i compiti da fare. Genoveffa ha telefonato. 

“Ho un sacco di prenotazioni, non mi aspettare per pranzo”, gli ha detto.

Afferra lo zaino con i libri di scuola. Meglio studiare piuttosto che rattristarsi al pensiero del povero Ciabatta forse divorato da un falco. Ma proprio in quel momento, suonano alla porta…”

 

da A casa da soli di Vichi De Marchi
Giunti, collana Colibrì

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Vichi De Marchi

Ha alle spalle un lunga esperienza come inviata del quotidiano L’Unità; è stata autrice per Raisat ragazzi e ha ideato e diretto Atinú, settimanale d’informazione per bambini. Attualmente dirige il Comitato WE – Women empower the world, occupandosi di temi internazionali in un’ottica di genere.