125 Giusi Parisi • Aladdin e le mutande magiche

Aladdin

Come avrete già capito dal titolo di questo racconto che state iniziando a leggere, la storia che qui vi racconterò non è la tradizionale storia di Aladdin e il Genio della Lampada. Quella è la parte di storia che rende il nostro Aladdin più simpatico agli occhi di noi tutti. 

Ecco perché ce la raccontano continuamente: perché siamo talmente affezionati a questo personaggio che non vogliamo assolutamente metterlo in cattiva luce raccontando … ehm … come dire, altri episodi della sua vita! Siete stupiti, eh? E come darvi torto! Anch’io lo sono stato quando tutto è accaduto. 

Già, dovete sapere infatti, che libri, fumetti, film, serie televisive, internet, genitori, nonni, bisnonni e bis-bis-bisnonni raccontano solamente una parte della vera vita di Aladdin e cioè quella sin quando lui era un ragazzo perbene, gentile e magnanimo.

Come, come? Vi chiedete perché non vi hanno raccontato la vera storia? Be’, questo dovreste chiederlo a loro! 

La vita di Aladdin per un po’ fu molto, molto diversa da quella che noi tutti conosciamo.

Volete che ve la racconti? Si? Siete curiosi, eh? Be’, d’altronde … perché mai altrimenti avreste iniziato a leggere il mio racconto?

E allora … comodi sui sofà e sui cuscini e… CHE LA STORIA ABBIA INIZIO!

 

1. ALADDIN NON È Più ALADDIN

C’era una volta il solito Aladdin che ormai conoscete. 

La sua vita procedeva benissimo: la storia con Jasmin andava a gonfie vele (l’aveva persino sposata!) e, grazie al Genio della Lampada, era diventato ricchissimo: tra l’altro ormai non aveva più limiti per esprimere desideri. Ricordate? Al primo incontro con il Genio della Lampada, poteva esprimere solamente tre desideri. Divenuto il padrone assoluto della Lampada, godeva del privilegio di manifestare tutti i propri desideri e in qualsiasi momento del giorno e della notte. 

Bello, vero? Vi piacerebbe, eh? Eh sì, ma solo fino ad un certo punto dico io, perché la cupidigia è brutta cosa!

Eh? Come dite? Sono matto? No, non lo sono affatto, invece! Lasciatemi finire e ve ne renderete ben conto da soli. Ascoltate, ascoltate. Siate pazienti…

Aladdin, dicevo, poteva avere ormai tutto, ma appunto per questo divenne un ragazzo assolutamente egoista, privo di creatività e soprattutto antipatico. 

Trascorreva le sue giornate il un dolce far nulla, bighellonando per le enormi stanze del suo sontuoso castello, sempre insoddisfatto delle sue ricchezze. Lo so, vi starete chiedendo come mai un tipo imprevedibile come lui potesse mai diventare presto banale e la sua vita monotona e scontata.

Sì, proprio così, ragazzi! 

Aladdin divenne più che prevedibile! 

Perse la sua imprudenza, la sua voglia di avventura, la sua creatività per la quale diventò famoso e grazie alla quale fece innamorare Jasmin. 

La ricchezza e la fama insomma … gli avevano dato alla testa!

Non faceva più nulla durante il giorno, non cercava più la compagnia di Jasmin, non giocava più con lei, non rideva o faceva più battute spiritose con il suo amico Genio. Niente. Proprio niente, diventando così desideroso di gioielli, cibi costosissimi e abiti di lusso.

Be’, ciò accade spesso a chi possiede tutto: si desidera e si ottiene, dimenticando che il piacere di un desiderio consiste proprio nell’attesa che questo si avveri. 

Aladdin ormai possedeva ogni cosa desiderata, ma, sapete, non gli bastava. 

Era continuamente insoddisfatto. Con Genio bastava schioccare le dita e … ZUUUM!

-Agli ordini padroncino Aladdin. – Subito Genio s’inchinava. 

-Portami subito un’immensa cesta di frutta fresca proveniente dall’India, delle perle dei Carabi per Jasmin e … un bel cavallo bianco purosangue per suo padre (ogni tanto bisogna pur accontentare il suocero). Su vai, cosa aspetti? E fai in fretta, per favore! – Ordinava Aladdin sbadigliando dalla noia.

Poi lo cacciava con un movimento di mano (come quando cacci via le mosche quando ti danno fastidio. Lo stai facendo? Sì, bravo. Proprio quello). 

Era evidente che Aladdin non considerava più Genio un suo caro amico, il solito compagnone di giochi. Genio era diventato agli occhi di Aladdin un suddito come tutti gli altri, quasi uno schiavo.

-Subito padroncino.

E in men che non si dica … PUFF! Avvolte in una nube bianca saltavano fuori i desideri espressi da Aladdin, che poi più che desideri erano instancabili capricci.

Così il nostro simpaticehm … ex-simpatico Aladdin passava intere giornate riverso su dei cuscini di seta e velluto, bordati in oro purissimo, a sbocconcellare i suoi pasti (che il più delle volte non finiva mai e che andavano a riempire la pattumiera) e a schioccare le dita per ordinare a Genio cose che, il più delle volte erano inutili. 

Volete degli esempi? Eccoli: parrucca di capelli indiani verdi; scarpe cinesi; scaglie di femmina di drago; pulce del cavallo di un sultano arabo; cerume di unicorno blu (per verificare se erano blu); saliva di zanzare; escrementi di mosche bianche (per vedere se fossero bianche) e tante altre cose, alcune facili da trovare, ma altre difficilissime!

Aladdin, insomma, non sapeva dare il giusto valore alle cose e agli affetti familiari. Ma ciò che è peggio è che Aladdin si era stancato anche della compagnia di Jasmin!

Naturalmente Jasmin e Genio soffrivano moltissimo per questo repentino cambiamento che aveva reso Aladdin irriconoscibile agli occhi di tutti.

-Genio, oh Genio, non riconosco più il mio amato Aladdin! – si sfogò un giorno Jasmin con Genio.

-Già padroncina, neanch’io! – Rispose Genio con le lacrime agli occhi.

-Vedi Genio, quando conobbi Aladdin me ne innamorai perché era dinamico, intraprendente, dolce e altruista. Aveva un animo nobile pur non appartenendo a una famiglia di sangue blu. Ma adesso … adesso è diverso: è freddo, antipatico, insaziabile! Non distingue più il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Pensa: quando dalla finestra vede dei poveri piccoli mendicanti affamati, tira loro dei pezzi di pane duro, dicendo: «Andatevene a lavorare al più presto, però! Piccoli parassiti del villaggio!» e quei bambini si allontanano piangendo, mortificati dall’offesa. E so per certo che lascerebbero il pane per terra se non fossero tanto poveri da rischiare di morire di fame. Tutto questo sotto lo sguardo sprezzante di lui! Oh Genio! Dov’è il mio sensibile Aladdin? Quel caro ragazzo che aiutava i più deboli e i più poveri? Dove sono le bellissime giornate trascorse insieme tra schiamazzi e giochi? Io non ce la faccio più, Genio, a reggere questa situazione! – Disse Jasmin tutto d’un fiato, piangendo e singhiozzando a più non posso.

E Genio, mal sopportando di vedere quel piccolo e dolce visino rigato di lacrime, un giorno le disse:

-Cara padroncina, ho un’idea! Prepara le valigie e fidati del tuo buon vecchio Genio della Lampada! – 

Genio ebbe un’idea e l’applicò all’insaputa di Aladdin.

Così quando Aladdin schioccò le dita per esprimere un altro inutile desiderio, invece che vedersi sbucare Genio dalla Lampada in un vortice di fumo colorato, lo vide entrare dalla porta assieme a Jasmin, entrambi con le valigie in mano.

 

2. UNA BRUTTA DECISIONE

-Che succede? – Chiese Aladdin sorpreso.

-Noi andiamo via, padroncino Aladdin. – rispose tristemente Genio.

-Noi … noi chi? And … Andare via … do … dove? – Balbettò Aladdin.

-Sì, tesoro, – spiegò Jasmin risoluta –andiamo via! Non riusciamo più a vederti in questo stato. Non sei più quello di prima. I soldi e la fama ti hanno fatto andare su di giri e io … sì ecco … ti preferivo quando eri un piccolo e povero ragazzo, ma tanto sincero e amorevole, intraprendente e giusto. Ora … sembri un tiranno! Comandi tutti e fai tutto solo per te stesso! – 

-No, ma che dici! Jasmin lo sai che non è così! Be’ forse ho esagerato un pochino, giusto un pizzichino, ma … non puoi … non potete lasciarmi così! Genio a chi chiederò da mangiare? – Chiese Aladdin.

-Te lo dovrai cercare da solo, padroncino, come facevi prima di trovare la mia Lampada. – Rispose freddamente Genio.

-E … e … a chi chiederò i miei capricci? – Continuò Aladdin, come se i suoi capricci fossero indispensabili.

-Inizierai a farne a meno, padroncino, come facevi prima che trovassi la mia Lampada. – Rispose Genio sempre più freddamente.

-E con chi giocherò? Con chi? –

-Con quegli stessi bambini mendicanti che tratti male e aiutavi prima di trovare la mia Lampada, padroncino. – 

-Io … io il principe Aladdin giocare e parlare con i mendicanti? Giammai! Questo non accadrà mai! – incrociò le braccia: era davvero indignato per ciò che aveva udito!

-Un tempo anche tu facevi parte della gente che ora, ingiustamente, disprezzi! Oh, Aladdin! Mio caro, caro amato Aladdin! Vedi come sei diventato? Tu disprezzi le tue origini, il tuo popolo, la gente che ti ama. E ora addio, è tempo di andare. – 

E così dicendo Jasmin lasciò la stanza senza voltarsi seguita da Genio.

-Ma sì, sì, andate, andate pure! Non ho bisogno di voi! Nossignore! Io saprò cavarmela anche da solo! – Esclamò rabbioso Aladdin, gridando dalla finestra mentre vedeva allontanare Jasmin e Genio.

Rientrato dal balconcino, vide sul letto un piccolo pacco regalo.

-Ah, ecco che già Genio manda un regalo per farsi perdonare. Che stupido! Non riesce proprio a vivere senza di me! – Pensò.

Ma Aladdin dovette subito ricredersi poiché, aperto il pacco, nient’altro trovò se non … un paio di mutande bianche con cuoricini rossi e un bigliettino su cui vi era scritto: 

Quando solo e con queste mutande rimarrai

avverrà ciò che a stento crederai:

la magia con il suo talento

darà all’amore il sopravvento.

Così la profezia dirà a tutti i presenti:

“… e vissero tutti felici e contenti!”

-Ah! Sono delle mutande magiche! Lo sapevo che Genio non mi avrebbe lasciato senza magia! È solo che mancano le istruzioni: come si useranno? Vediamo un po’: con la Lampada bastava schioccare le dita … e con un paio di mutande? Bho? Proviamo con le formule tradizionali. ABBRACADABRA! No, niente! Dunque, vediamo … ah sì ci sono! BIDIBIBODIBIBÙ! Nulla! Per tutti i diamanti del sultano … Nulla! APRITI SESAMO! Niente! Aaaargh! L’ho capito, vogliono farmi impazzire! Queste mutande non sono magiche! Sono solo un paio di mutande e … pure di orribile gusto! Ma che gli è saltato in mente? Si prendono gioco di me, ma glielo farò vedere io chi vincerà!

 

3. SENZA PIÙ CUOCO NÉ SERVI NÉ CIBO

Appurato che le mutande non erano magiche, subito Aladdin batté tre volte le mani ed entrarono due servi.

-Servi, fatemi preparare un pranzo … da sultano! La rabbia mi ha messo molta fame! – Ordinò Aladdin.

-Non possiamo, padrone. – Risposero i servi intimoriti per la reazione che il loro padrone avrebbe potuto avere alla notizia.

-Non possiamo perché in cucina non c’è più cibo, ma solo ragnatele e topolini alla ricerca d’avanzi che non troveranno mai … poverini!

-Oh bella! E perché mai? – Si infuriò Aladdin.

-Padrone, da quando è entrato il Genio della Lampada in questo palazzo, se ricordi bene, ordinavi sempre tutto a lui ed era solo lui che ti preparava i pranzi e le cene. Così da quel giorno non abbiamo comprato più cibo e il cuoco, sentendosi assolutamente inutile in una cucina vuota, si è licenziato ormai da tempo…

-Oh santi rubini! Bene, allora… andate a comprare del cibo e preparatelo voi! – Propose fiducioso Aladdin.

-Padrone, non possiamo… –

-E perché? Cosa c’è adesso? – Sbraitò.

-Scusaci padrone, ma noi non c’entriamo niente. Da quando è entrato il Genio della Lampada in questo palazzo tu sei diventato tanto ricco e hai avuto tutti i diamanti e l’oro che volevi. E così i cercatori di oro e diamanti che erano al tuo servizio non sono andati più a scavare nelle miniere e, sentendosi inutili cercatori che nulla cercavano, si sono licenziati da tempo. Tu, padrone, non hai più oro e né diamanti nelle casse del palazzo. Perciò: niente soldi, niente cibo. –

-Poco male. Ho ancora il denaro e le pietre che mi ha lasciato Genio – Si disse il presuntuoso Aladdin.

-Ehm … padrone, visto che siamo in argomento … vedi … noi non mangiamo da giorni perché tu, nobile padrone, ti sei preoccupato di soddisfare solo i tuoi bisogni e non hai più pensato a noi umili servi e sinceramente … altissimo e preziosissimo padrone… noi siamo affamati. Ecco… vorremmo anche noi mangiare qualcosina… –

-Che insolenza! Chiedere cibo a chi non ne ha neppure per sé! Sapete cosa vi dico? Andate via! Via! Siete licenziati. Andate a mendicare da altri principi. Via… saranno due bocche in meno da sfamare! – Urlò adirato Aladdin, cacciandoli via.

E così i due servi uscirono dalla porta e, dopo averla chiusa alle loro spalle, cominciarono a esultare:

-Evviva! Siamo liberi! Liberi da quel taccagno di un egoista! Finalmente si mangia! – 

Insomma, Aladdin rimase solo: senza Jasmin, senza Genio, senza il cuoco, i servi e i cercatori d’oro e diamanti … senza cibo.

Solo, con quelle orribili mutande bianche con cuoricini rossi ancora adagiati sul letto.

Solo.

Solo con le sue mutande magiche.

 

4. DISPUTA PER DELLE MONETE DI BRONZO

Dal giorno in cui Jasmin e Genio partirono le giornate trascorsero diversamente da come l’orgoglioso Aladdin se le era immaginate: tanto per cominciare ebbe la necessità di vendere gli oggetti che possedeva per comprare qualcosa da mangiare, prima quelli meno preziosi e poi quelli più preziosi: pietre dalle svariate grandezze e dai diversi colori, tessuti e tendaggi, gioielli, mobili e quadri, tutti i suoi animali che da un po’ di tempo erano rimasti gli unici amici viventi. 

Gli rimase solo il palazzo e le mutande che più e più volte tentò di vendere, ma senza successo.

Arrivò anche il giorno in cui dovette vendere il palazzo e portò con sé solamente le ormai famose mutande che non osava indossare, ma che usava come strofinaccio per pulirsi le mani quando per qualche motivo se le ritrovava sporche.

Era tornato a essere un vagabondo, un mendicante, un ragazzo che per mangiare aveva bisogno di tutte le astuzie e le furbizie possibili. 

Un giorno improvvisò, travestito da donna, una danza del ventre (che, tra l’altro, eseguì malissimo!) nella piazza del mercato per attirare l’attenzione del panettiere e dare così la possibilità alla sua scimmietta di rubare un panino e una salsiccia.

Un altro giorno, sempre con la sua scimmietta, improvvisò una scenetta in cui il povero animale rappresentò un ladro di banane e lui il passante buono che, accortosene in tempo, sventò il furto: ottenne così i ringraziamenti da parte del mercante e le stesse banane come ricompensa, oltre che molti elogi:

-Questo sì che è un bravo ragazzo! –

-Sì, è onesto come pochi ormai. – Sussurravano le donne compiaciute in piazza.

Insomma, ogni giorno era una fatica doversi inventare qualcosa per mangiare! 

-E poi queste stupide mutande non fanno il loro dovere! – Disse un giorno ad Abu, la scimmietta. -Magari sono scadute o non sono di buon tessuto oppure… non so proprio! Se solo fossero ancora in garanzia! Stupide, stupide, stupide mutande! – Cercò più volte di strapparle, bucarle, ridurle a brandelli. Ma quelle sembravano indistruttibili.

-Sai Abu, sono stanco di tutto questo gran daffare ogni giorno. Quanto erano buone le salsicce di Genio e i budini alla vaniglia e la frutta! Ah … potessero un giorno ritornare! Ma… che succede lì… – 

Un gran vociare ridestò Aladdin dai suoi sogni a occhi aperti.

-Lasciali, lasciali andare! Sono miei! – Gridava un bambino, tenendo ben stretto un piccolo sacchetto di canapa indiana pieno di monete, mentre un bambino più grande di lui e meglio vestito cercava di strapparglielo.

-Lasciali, ho detto! Aiuto! –

-Ehi, che succede qui? – Aladdin corse subito in aiuto del bambino in difficoltà. 

-Aiuto! Questo bambino vuole rubarmi le mie monete! – Urlò il bambino in difficoltà.

-No! Non voglio rubargliele, quelle monete sono mie ed è lui che cerca di rubarle a me! – Rispose incollerito il bambino ricco.

-Calma, calma. Raccontatemi tutto. – Sollecitò Aladdin.

Prese, così, parola il bambino povero:

-Lavoro da quel panettiere lì come garzone. – E indicò col dito un piccolo negozietto all’angolo della strada. -Poco fa sono andato a consegnare del pane e dei biscotti caldi a una ricca signora che abita proprio qui, in questo palazzo. E proprio da quel balcone la signora mi ha lanciato una mancia di due mezze monete di bronzo. Ma per caso lui- e indicò il bambino ricco – è passato da qui nel momento in cui la signora ha tirato le monete e mentre io mi calavo per raccoglierle ho visto che anche lui si calava, perché ha creduto che la signora le avesse tirate a lui. Ma … ma … – cominciò a piagnucolare il bambino povero, -… lui è ricco e … non ha bisogno di denaro! Guarda com’è vestito! Io invece sono orfano e povero e la mia casa è un vecchio scatolone e per magiare anche solo mezzo panino devo lavorare e sudare tutto il giorno. Ecco! – 

Il bambino si mise a piangere e le lacrime gli uscivano dagli occhi come l’acqua da un rubinetto aperto.

-Su, su non piangere piccolo! E tu, – Aladdin si rivolse al bambino ricco – dovresti vergognarti di ciò che hai fatto, della tua prepotenza e del tuo egoismo! Tu hai già tutto, perché non ti accontenti di ciò che possiedi? – 

Poi, gli si avvicinò: – Ascolta piccolo, io ti capisco perché anch’io ero come te. Desideravo avere tutto e dimenticavo il valore di ciò che avevo già e cioè l’amore dei miei cari e con il mio egoismo e la mia prepotenza ho ferito i sentimenti di chi mi stava vicino. Ero accecato dal desiderio incontrollato di avere, avere, avere sempre e comunque! Adesso ho capito che la vera felicità risiede nell’affetto dei cari e non nelle cose che possiedi. E adesso, fate la pace e diventate buoni amici voi due. – Concluse Aladdin.

I piccoli, commossi dalle parole di Aladdin, si guardarono negli occhi un po’ vergognati e dispiaciuti per l’accaduto.

-Scusami tanto. – Disse il bambino ricco a quello povero.

-Di niente. – Rispose a sua volta il bambino povero.

-Ho un’idea! Io non ho amici, sono sempre da solo a giocare nella mia grande casa e mi annoio molto. Perché oggi non pranzi a casa mia e poi giochiamo tutto il pomeriggio? Sai, ho un mucchio di giocattoli, forse troppi per me solo. Così risparmieresti le tue monete e puoi usarle un altro giorno. Che ne dici? – La proposta arrivò entusiasta, fresca, improvvisa e sincera come la pioggia primaverile.

-Ma a tua madre non dispiacerà ricevere uno straccione come me in casa? – Chiese il bambino povero.

-Sciocchezze! A lei farà piacere vedermi in compagnia: dice sempre che devo farmi degli amici! Allora, accetti? –

-Sì, volentieri! –

Fu così che i due bambini si allontanarono tenendosi per mano, certi che una splendida amicizia era nata tra loro.

 

5. ALADDIN TORNA A ESSERE ALADDIN

Aladdin, alla fine di questa storia, si sentì contento e malinconico allo stesso tempo. Si sedette sul ciglio di un marciapiede con Abu sulla spalla destra e le mutande in mano.

-Ah Abu! Quanto mi mancano Jasmin e Genio! Queste mutande ormai sono il solo ricordo di loro e io le custodirò perché rappresentano il loro amore nei miei confronti, anche se sono proprio orrende! –

 A malapena riuscì a terminare la frase e a sospirare, che improvvisamente le mutande cominciarono a illuminarsi e a muoversi:

Oh santi cocomeri! Che succede? Allora erano davvero delle mutande magiche! – Esclamò incredulo Aladdin.

Le mutande gli scapparono dalle mani e, quasi come fossero indossate da un paio di gambe, iniziarono prima a danzare, poi a salterellare e poi di nuovo a correre lungo le strade del villaggio.

-Vieni Abu, inseguiamole! –

Incuriosito, Aladdin cominciò a rincorrere le mutande: questa sì che era davvero una scena comica!

-Ehi, mutande dove andate? Venite qui! – 

Aladdin cercò più volte di acchiapparle, ma niente! Correvano troppo velocemente, per non parlare di quando si mettevano a svolazzare sulla sua testa. All’improvviso Aladdin si rese conto che stavano percorrendo la strada che portava al palazzo, alzò gli occhi e lo vide: splendido come sempre, ma svuotato d’ogni cosa e non più suo.

-Che razza di mutande fetide e puzzolenti! Volete prendervi gioco di me, eh? Che mutande dispettose! Mi avete portato qui per farmi soffrire? Come se tutto ciò che sto passando non fosse già abbastanza! –

Ma le mutande parevano non curarsi di lui ed emanarono uno strano scintillio color rosa dalla gamba destra ed uno strano scintillio color blu dalla gamba sinistra e fu così che sul grande balcone del palazzo comparvero Jasmin e Genio!

-Ciao padroncino! – Esclamò felice Genio.

-Aladdin, amor mio! – Chiamò commossa Jasmin.

-Jasmin, amore! Genio mio caro amico! Ma … ma … cos’è successo? – Era incredulo Aladdin e si fregava continuamente la testa confusa con entrambe le mani.

-Sali che ti raccontiamo tutto. – Lo esortò Jasmin.

Fu così che Genio raccontò che le mutande avevano l’ordine di diventare magiche solo quando Aladdin si sarebbe reso conto dei propri errori. Magiche solo quando lui si sarebbe reso conto che la vera ricchezza risiede nell’affetto dei cari che lui aveva perso perché pensava solo a se stesso e ai suoi bisogni. Genio, infine, spiegò che la magia delle mutande consisteva anche nel ridonare ad Aladdin tutto ciò che aveva perso e nel fare ritornare le persone che lo avevano abbandonato.

-È tutto incredibile! E io sono stato uno sciocco. Potrete mai perdonarmi? – Chiese pentito dopo aver ascoltato la storia con attenzione.

-Certo tesoro. – Rispose Jasmin.

-Ma certo che sì, padroncino. – Disse Genio.

– Adesso che tutto è a posto, vi prometto che mai più tornerò a essere un gelido egoista. – Concluse Aladdin. Ma poi:

-Bene, adesso se permettete, avrei un certo languorino, sapete com’è … mangiare da poveri non riempie granché lo stomaco. Quindi, mio caro Genio, gradirei uova di struzzo strapazzate e pane finissimo francese e … ostriche indiane e poi ancora … frutta di stagione giapponese e … e … ehi Genio, dove scappi? Non ho ancora finito! Vieni qui, per favore … –

Insomma, certamente Aladdin imparò la lezione, ma il suo stomaco rimase insaziabile di leccornie. 

Per quanto riguarda me, il bambino povero della storia, non fui più povero perché divenni il compagno di gioco di Aladdin e andai a vivere con lui, Jasmin e Genio nel palazzo, quindi … immagina che pranzetti deliziosi da sultano mi faccio da allora!

 

FINE

Parisi

Giusi Parisi

Insegnante di Lettere per passione, insegnante di Sostegno per devozione. Scrittrice di libri per ragazzi, è in particolare molto attenta al fenomeno del bullismo.