Mariapia De Conto • Bosco rotondo

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Mariapia De Conto racconta Bosco rotondo

Bosco Rotondo

© 2020 Mariapia De Conto

 

“Il primo che venne venne da solo.”
Furono queste le sue prime parole, in quella tiepida giornata di primavera, mentre le nuove foglie stormivano sui rami accarezzati dalla brezza di aprile.
Erano in due, lì nel silenzio del bosco. Uno, ancora nel rigoglio della sua tenera età, l’altro, quello che gli anni avevano ormai reso più saggio, gli stava a fianco. Tra i rami del bosco, i raggi del sole proiettavano la sua ombra adulta con la quale sembrava abbracciare il giovane.
– È una storia? – chiese il giovane.
– Sì, una storia di tanti anni fa. Di quando tu non c’eri e nemmeno io c’ero ancora.
– Sei molto vecchio, tu?
– Non vai tanto per il sottile, ragazzo! Sì sono vecchio, molto più vecchio di te, ma non il
più vecchio.
– E che storia è?
– È la storia di Bosco Rotondo, questo grande bosco in cui siamo cresciuti tu ed io e con
noi tutti gli abitanti che ogni giorno vanno e vengono per le strade di questo paese. Un paese che un tempo non c’era. – Il vecchio si guardò intorno. Piccole case sparse qua e là, viottoli che curvavano intorno agli alberi. Una piazza rotonda. Una chiesa. Fiori ai balconi. Erano le prime ore del pomeriggio ed era il silenzio a tener compagnia. Era questo il momento del giorno che amava di più.
– Allora questa storia?
– Vuoi ascoltarla?
– Sì, racconta!
– Sicuro che non mi interrompi?
– Uffa, dai racconta.
– E va bene, allora. Come ti dicevo…
Il primo che venne venne da solo. Arrivò in un caldo giorno d’estate e si fermò all’ombra di quel grosso albero laggiù.
Pensò che stava bene lì. Pensò che gli sarebbe piaciuto restare.
E restò.
C’era giusto un piccolo spiazzo rotondo tra gli alberi. Un piccolo spiazzo giusto per farci una piccola casa. Molti rami spezzati e tronchi caduti nel corso di molte tempeste gli bastarono. Un tetto per ripararsi dal buio della notte, il sole del mattino per godere del risveglio. Solo una piccola casa che non fu di disturbo al bosco.
Anche il secondo che venne, venne da solo. Arrivò in una calda mattina d’estate e vide la piccola casa. Si appoggiò al tronco di un vecchio albero. Ascoltò il canto di mille cinguettii e ammirò il volo indaffarato delle api in cerca di miele.
Pensò che si stava bene nel profumo del bosco. Pensò che gli sarebbe piaciuto restare.
E restò.
Scelse un spiazzo rotondo poco più in là. Ripulì un pezzetto di bosco dalle tracce lasciate dal vento di notti piovose. Raccolse rami spezzati. Tagliò tronchi caduti. E una nuova piccola casa sorse nel bosco.
Si vedevano appena. Due piccoli rifugi nascosti tra gli alberi.
Il primo e il secondo si sedevano all’ombra del bosco, fumando la pipa. Si raccontavano storie di tempi lontani. Assaporavano la vita dei giorni presenti. E il bosco li stava a guardare.
Il terzo che venne non venne da solo. Arrivarono sul finire dell’estate. Una mamma, un papà, un bambino, una bambina.
– Com’è bello qui! Dissero tutti.- E cercarono un po’ di spazio tra gli alberi per costruire anche loro una piccola casa.
Nuovi tronchi abbandonati vennero raccolti e tagliati; nuovi rami spezzati dal vento vennero intrecciati. Nuove voci abitarono il bosco. Erano i bambini che si rincorrevano. Cinguettavano e ridevano.
Gli alberi, dall’alto delle loro chiome, sbirciavano tra le foglie la nuova vita che scorreva laggiù. Osservavano e aspettavano. Sapevano già che ne sarebbero venuti altri. C’erano ancora molte isole rotonde, spazio ideale per nuovi rifugi. Venti impetuosi il bosco ne aveva ascoltati tanti nei lunghi anni passati. Molti erano i vecchi tronchi che giacevano a terra. Legno ce n‘era in abbondanza per tutti coloro che amavano il bosco.
Così venne il quarto. E il quinto. E ne vennero ancora.
E il bosco li accolse. Tutti. Nel caldo dell’estate. Nel silenzio dell’inverno.
Ogni volta che qualcuno arrivava, un nuovo pezzetto di bosco veniva pulito.
Ogni volta che qualcuno arrivava, il bosco diventava più bello.
Chi raccoglieva i rami secchi, chi tagliava i vecchi tronchi caduti, chi cominciò a curare le piante malate. Qualcuno piantò nuovi alberi, qualcuno mise i fiori sul davanzale. Qualcuno le tende di pizzo alle finestre. Qualcuno una panca davanti alla porta di casa, per avere compagnia.
Tutti arricchivano il bosco, a modo loro.
E il bosco stava a guardare. Guardava i bambini che correvano tra gli alberi e giocavano a nascondino dentro le siepi; ascoltava il borbottio dei vecchi davanti alle loro case e le chiacchiere delle donne sotto le fronde. Tra gli alberi silenziosi il colore dei panni stesi al sole si mescolava al profumo delle foglie.
– Si sta proprio bene qui. – Pensavano tutti.
E chi era venuto solo era felice di non essere più solo.
Cominciarono a trascorrere insieme le loro giornate. Insieme conobbero il silenzio delle notti e i suoni del giorno. Impararono a riconoscere le orme dei piccoli animali, a distinguere i cigolii dei rami e i fruscii delle foglie secche, a udire il passaggio di minuscoli insetti, a godere dell’ombra e del sole e dell’odore della terra bagnata.
Insieme pensarono che il bosco lo amavano proprio così.
Poi, improvviso, nel silenzio di un pomeriggio di sole, uno schianto col fragore del tuono. E non fu colpa del vento, che quel giorno non c’era.
Fu il capriccio di un uomo, che voleva di più. L’ombra era troppa, pensò, ci voleva più sole. Non chiese niente a nessuno, semplicemente tagliò.
Così, il primo che cadde fu il grande albero dalla splendida chioma. Proprio quel grande albero che aveva regalato la brezza delle sue foglie nei pomeriggi assolati. Quello sotto il quale molti avevano trascorso il tempo sonnolento dell’estate, qualcuno immerso nel riposo dei sogni, qualcuno tra le pagine di un libro.
L’amavano tutti. Ma nessuno parlò.
Dopo il primo, cadde il secondo. Fu abbattuto per costruire una casa più grande. Proprio quello col tronco nodoso. Il più grosso del bosco. Come un grosso faro, conosciuto da tutti, indicava la strada. Anche quando la notte era buia, o la nebbia nascondeva i contorni. Grazie a lui, non si perdeva nessuno. Ma nessuno parlò.
Poi venne la volta del terzo. Il più fiorito. Il più profumato. Con i suoi fiori le ragazze si agghindavano i capelli. Qualcuno preparava persino deliziose marmellate. Ma ancora una volta nessuno parlò.
Uno dopo l’altro gli alberi cadevano e il bosco si andava spogliando ogni giorno di più.
E intanto ognuno pensava da solo, per sé, per i propri capricci. Nessuno chiedeva; nessuno parlava. Nessuno difendeva quello che stava perdendo. Erano in tanti nel bosco, ma non erano più tutti insieme.
Le mattine sorgevano sempre più solitarie; lentamente si andarono spegnendo le chiacchiere sotto le chiome degli alberi. I panni stesi al sole non profumavano più di pulito. Le risate dei bambini si erano tramutate in silenzio. Tutti erano soli.
Qualcuno pensò che quello non era più il bosco che avevano amato.
Il primo pensò che così non andava.
Il secondo pensò che si doveva fare qualcosa.
Sotto il grande albero laggiù, si trovarono insieme a fumare la pipa. Si guardarono, si sorrisero. Pensarono che era bello essere lì. Che dovevano provare a ripartire da capo. Camminarono insieme tra le case del bosco, bussarono insieme a tutte le porte. Qualcuno fece finta di non sentire, qualcuno aprì. Camminarono tutta la notte, bussando a ogni casa.
Prima erano in due, poi furono in tre. Poi furono di più. Infine furono in tanti.
Si raccontavano di quel bosco rotondo dove tutti erano arrivati, chi attratto dall’ombra, chi dall’azzurro tra i rami, chi dal sole che splendeva tra i fiori. Si raccontavano i ricordi dei giorni trascorsi, delle notti di luna, dei pomeriggi felici.
Quando sorse il sole del mattino, si ritrovarono insieme sotto il grande albero, quello più vecchio, con le radici più lunghe, quello che per primo li aveva visti arrivare. Depositarono ai suoi piedi i loro regali. Chi mise dei rami spezzati dal vento, chi un fiore del suo davanzale, chi un vaso con un piccolo albero appena piantato. Qualcuno raccontò quello che avrebbe voluto fare nel suo piccolo spiazzo rotondo. Qualcuno promise che avrebbe sempre difeso quel bosco. Qualcuno rimase in silenzio.
I pochi che non avevano aperto la porta di casa, dovettero scegliere se andare o restare. Per restare dovevano amare quel bosco ed essere tutti d’accordo: nessun albero poteva essere tagliato.
Restarono tutti.
E nacque Bosco Rotondo.
– Ed è proprio questo bosco dove siamo noi ora? – chiese il giovane albero, quando il
vecchio tacque.
– Sì, ragazzo, proprio questo. Noi abbiamo avuto la fortuna di venire dopo quei giorni bui in
cui molti alberi morirono per mano dell’uomo. Ma siamo nati proprio grazie a quelle
giornate.
– Perché? Cosa vuoi dire?
– Ogni anno, per ricordare la loro promessa e la nascita di Bosco Rotondo, fanno una
grande festa e piantano un nuovo albero.
– Anch’io allora sono stato piantato in un giorno di festa?
– Certo, ragazzo, anche tu. E puoi esserne fiero.

 

DeConto

Mariapia De Conto

È nata a Pordenone e vive a Porcia. Specialista di letteratura per ragazzi, si occupa da anni di educazione alla lettura e valorizzazione della biblioteca scolastica. Conduce attività con i ragazzi, corsi di formazione per adulti e incontri con autori. Oltre ad aver pubblicato diversi testi scolastici, ha esordito nel 2009 con il romanzo Come rondini in volo, edito da Lineadaria. Del 2018 è il romanzo Il silenzio di Veronika (Santi Quaranta).