GENITORI / INSEGNANTI Media e messaggi

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di Elisa Tamburnotti, psicologa
Università di Pavia

Sono passate 8 settimane dalla nascita di questo sito. Era martedì 25 febbraio e le scuole nella prima zona rossa (Codogno e lodigiano) e nei territori limitrofi (provincia di Piacenza, provincia di Pavia, provincia di Cremona) avevano appena chiuso le porte (per qualcuno la chiusura d’urgenza si sovrapponeva alla chiusura prevista per il periodo di carnevale).

Inizialmente, a qualcuno è sembrato che il problema principale della sospensione delle scuole fosse la noia, ma sappiamo bene che un po’ di noia non fa male a nessuno, anzi, ai bambini può fare molto bene… per dare spazio alla propria creatività, tempo alle proprie riflessioni, risposte alla propria curiosità, possibilità di esplorare ciò che ci circonda secondo i propri ritmi e le proprie inclinazioni… e ciò può avvenire anche all’interno delle nostre case che in ogni caso hanno tanto da esplorare: che facciano parte di un condominio o siano sperdute in campagna ognuno può immaginare di diventare un osservatore dell’infinitamente grande (lo spazio e le stelle che posso vedere dalla finestra) o dell’infinitamente piccolo (i granelli di polvere che compaiono quando i raggi del sole attraversano la finestra con la giusta inclinazione). Il bisogno di esplorazione dei bambini è qualcosa di prezioso e dobbiamo prendercene cura, anche ora o forse soprattutto ora. Si può fare e si deve fare, in un modo o nell’altro si deve fare, e farà bene anche a noi (adulti) osservare il contesto in cui viviamo con occhi nuovi.

Inizialmente, a qualcuno è sembrato che il problema principale della mancanza della campanella, fosse il rischio che i ragazzi affogassero immersi nella tecnologia, dalle consolle per i videogiochi alla TV in streaming, dagli smartphone ai tablet, come se all’improvviso venisse meno la possibilità di porre dei limiti all’uso di questi dispositivi… perché? Ogni regola ha le sue eccezioni e tali eccezioni non tolgono significato alla regola anzi, la completano. Dunque non smettiamo mai di cercare e costruire significati. Ecco un altro bisogno fondamentale: il bisogno di significato. Non smettiamo mai di costruirlo e comunicarlo mentre cerchiamo nuovi equilibri.

Inizialmente, a qualcuno è sembrato che il problema principale della sospensione delle lezioni, fosse il rischio di rimanere indietro con il programma (ma ormai tutti sapete che i programmi non esistono più 😉 avanzando a gran voce (spesso in coro sui gruppi Whatsapp dei genitori) richieste che suonavano più o meno così: Com-pi-ti! Com-pi-ti! Com-pi-ti! Dategli i com-pi-ti! Tan-ti Com-pi-ti!

Poi il vento è cambiato… e ci si è accorti che la tecnologia può essere vista come la principale modalità che abbiamo a disposizione per comunicare con le persone fuori dalla nostra casa… e allora la paura del rischio di affogare è stata accantonata e il coro è passato alla seconda strofa: Videolezioni! Videolezioni! Videolezioni! Vogliamo le videolezioni!

Poi il vento è cambiato… e ci si è accorti che la tecnologia non è tutta uguale… e comunicare in maniera asincrona è molto diverso dal farlo in maniera sincrona. Le videolezioni registrate trasmettono contenuti ma di certo online non sono i contenuti che mancano. Manca l’interazione, la possibilità di sentirsi parte di uno scambio, la possibilità di condividere una sensazione (che sia qualcosa di divertente o la sensazione di non aver capito nulla mentre l’insegnante parla), la possibilità di ritrovarsi negli occhi di un compagno o di una compagna, la possibilità di condividere l’attenzione su un tema, su un obiettivo. La possibilità di sentire l’attenzione del docente su di te, singolo studente, nel momento in cui fai bene o fai male. La possibilità di poter mostrare alla classe e all’insegnante i propri miglioramenti. Queste e altre sensazioni, emozioni, riflessioni danno sapore e colore al processo d’apprendimento e all’esperienza scolastica…. Non è una questione di quantità, è una questione di singoli ingredienti e di qualche alchimia speciale. Non solo cosa si fa ma come lo si fa. Già McLuhan ci mise in guardia su questo tema arrivando a dire che il medium è il messaggio e che ogni mezzo di comunicazione è un’estensione dell’essere umano e in particolare dei sensi: ll libro è un’estensione dell’occhio, come la radio lo è dell’orecchio. Che dire oggi di uno smarpthone che coinvolge vista, udito e tatto insieme? E che risponde in maniera dinamica ai nostri input? E che ci permette di vedere in diretta i visi di chi ci parla (con ritardi minimi)? E che utilizziamo praticamente tutto il giorno, come orologio, calcolatrice, macchina fotografica, agenda…. Quanto può pesare questo strumento?

Dopo McLuhan vari studi neuropsicologici hanno dimostrato che uno strumento extracorporeo (utilizzato frequentemente) può essere incorporato nella rappresentazione del corpo come se fosse una estensione del sé (come accade usando un coltello senza dover guardare nel piatto o suonando uno strumento senza guardarlo): la prova arriva da studi sui neuroni bimodali coinvolti nella rappresentazione dello spazio peripersonale (Maravita, 2007). Quando non troviamo il nostro smartphone ad alcuni può sembrare di aver perso un pezzo di sé… e per certi versi è proprio così!

Oggi forse potremmo dire addirittura che il medium è il protagonista?

Sicuramente la lezione di Mc Luhan appare più che mai attuale perché con la sua celebre frase che divenne uno slogan, sottolineò che il medium veicola messaggi propri: mentre gli studi sulla comunicazione si erano fino ad allora concentrati sul linguaggio, sui soggetti interessati, sui contenuti, McLuhan spostò l’attenzione sul canale (il medium) e anche sull’ambiente (il contesto). Ecco, prima riusciamo a farlo anche noi meglio è. In questa situazione di isolamento in cui la tecnologia è la nostra porta sul mondo, prima riusciamo ad applicare l’insegnamento di McLuhan, meglio è.

Capire i media che stiamo usando, praticamente H24, significa ragionare sul ruolo specifico del mezzo (oltre che sulle sue caratteristiche) e contemporaneamente cercare di vedere la comunicazione come un fatto unitario (oltre che planetario). La relazione si nutre di comunicazione (non solo verbale) e di significati. E l’apprendimento è un fatto relazionale.

Il medium è il messaggio, dunque ciò che eravamo abituati a considerare come contenuto diventa secondario rispetto al mezzo. Il medium è cambiato: non siamo più faccia a faccia in un’aula. Non possiamo fare finta di niente. Non si versano contenuti vecchi in mezzi nuovi.

Qualcuno se n’è accorto. Si è accorto della fatica che si fa quando manca la scintilla della motivazione. Allora il coro è passato alla strofa successiva, chiedendo il time-out perché “non è possibile andare avanti così…”: su tutti i giornali, lettere su lettere di genitori che si dichiaravano esausti a causa della didattica a distanza.

E si è arrivati a Pasqua. Qualche giorno di vacanza, come da calendario ufficiale, e si ricomincia con un nuovo capitolo (o una nuova strofa): gli esami e la valutazione… oltre all’idea di una “Fase 2”.

E di fronte a questi nuovi temi, ricordiamolo, ancora una volta: il medium è il messaggio.